2009 | Romanzo pubblicato da New Books
SMARRIMENTO D'AMORE
"Scrivere, leggere sono una zattera per rimanere se stessi" (Stanislao Nievo)
Stanislao Nievo è stato il mio maestro. Un maestro di scrittura, ma anche un maestro di vita. Un'esperienza straordinaria, un'avventura letteraria vissuta con lo scrittore che mi ha lasciato nel cuore un'impronta indelebile insieme a delle "pillole", o come li ha chiamati lui, "degli spifferi d'aria". Mi diceva: "Se lei sente che da questi spifferi d'aria dei nostri incontri le viene qualcosa va bene, proseguiamo, altrimenti no". E anche: "Se qualcosa di quello che le dico non le va, me lo dica. È lei che scrive. Si ricordi che io tendenzialmente sono un po' duro, ma lei sia sempre lei, Lorena". Aveva, nei miei confronti, l'abitudine di dire: "Io ho parlato con rispetto e grande libertà. Ho cercato di tirar fuori le parole per vedere i fiorellini che ci sono. E li abbiamo trovati". Il lavoro intorno al romanzo è durato più di due anni in incontri periodici nella sua bella casa ai Parioli. Nelle registrazioni ho ritrovato vari punti in cui parliamo dell'introduzione da fare al libro. Non avrei mai immaginato di doverla fare io e che il libro, giunto in porto, mi avrebbe obbligato a ricercare le sue parole per presentare il nostro lavoro. Alla mia domanda: "L'introduzione potremmo farla insieme?", Stanis mi risponde: "No, la devo fare io, altrimenti lei la contamina". E aggiungeva:"Si giochi bene il mio aiuto, lei dica che io l'ho accompagnata un po'. Mi ha accompagnato, mi ha dato dei consigli". Generoso Stanis, uomo moderno ma con l'animo d'altri tempi. Un uomo piccolo, ma infinitamente grande. Ironico e divertente. Garbato e attento. Sensibile e pro iettato in un mondo lontano, ma anche tanto vicino al mio. Questo piccolo, grande uomo mi ha restituito forza a ogni incontro, sicurezza dopo ogni racconto esaminato. Credere nell'animo umano come qualcosa da conquistare, dopo averlo perduto. Più volte mi ha manifestato preoccupazione, a testimonianza di un affetto sincero, che questi racconti portassero un'immagine di me distorta e fossero oggetto di chiacchiere inutili. Le sue parole: "Scrivere significa mettere a nudo un'anima davanti al mondo. Significa affrontare il terrore di esser male interpretati su fatti privati e riservati che, se anche di fantasia, possono essere attribuiti allo scrittore". Smarrimento d'amore ha iniziato a germogliare una sera di maggio di qualche anno fa, quando il destino mi fece sedere a tavola vicino a quest'uomo con pochi capelli e una gran barba in un allegro ristorante del quartiere africano. Insieme al gruppo festeggiavamo la fine di un corso di scrittura creativa, e Stanis mi invitò a proseguire lanciandomi vari incoraggiamenti che oggi leggo come un indirizzo preciso: "L'aiuto che si può dare a uno che sta in un mare burrascoso è un faro. Accendi un faro che ti dia la giusta direzione, va bene?". Di questo avevo bisogno, di un faro, di trovare il faro dentro di me che mi indicasse la strada verso la parte più profonda e vera nel mio percorso: il percorso di una donna che nella scrittura troverà se stessa. Ma non era ancora il momento. Anni più tardi arrivò, dolorosissimo ed estenuante, il blocco della schiena. Dopo varie peregrinazioni che alleviarono il dolore lancinante, giunsi nello studio dell'osteopata che mi riportò al mondo con una cura da medicina non tradizionale. Ma soprattutto mi invitò, pur non conoscendo nulla di me, a scrivere. Ed era il secondo invito. Infine un'amica, che per me equivale al lettore (Stanis: "Le dico un segreto, il lettore vorrebbe essere al posto dello scrittore"), mi comunica la sua decisione di scriverci. Io sono andata avanti. Lei me la sono persa. Artisticamente parlando. Una cara amica alla quale nonostante le differenze voglio molto bene, e alla quale dedico tutta la riconoscenza per avermi messo in mano la matita che mi ha guidato fin qui. Da quel momento la scrittura è iniziata, ed è proseguita nei momenti liberi che ho sempre più cercato e trovato. Quando ho avuto un buon numero di racconti ho telefonato allo scrittore, gli ho parlato del lavoro fatto e di quello che avrei voluto fare. Alla mia domanda: "Cosa faccio dei racconti che ho, cosa mi consiglia?", la risposta è stata pronta: "Li raduni, deve riordinare le situazioni. Lei può essere tutto essendo scrittore, ne approfitti". E alla domanda: "Cosa ne pensa?", la sua risposta è stata: "Non ho mai fatto un lavoro del genere, ma mi intriga molto perché sento che lei ha una storia da raccontare". L'avventura della mia vita si era messa in moto intorno a Giulia, la protagonista, che fa un viaggio nel quale a ogni tappa lascia un dolore, qualcosa che l'ha fatta soffrire: il tradimento, la morte di un'amica, la paura di un tumore, l'amore infelice della figlia. Ritroverà la voglia di vivere e la voglia di farcela in un rapporto nuovo con se stessa e con la vita. Stanis dice: "Insomma questo più che un viaggio è un viaggio dell'anima, dove lei si arrotola e srotola ogni volta". Nel viaggio è affrontato anche il rapporto con la sofferenza - "Lei non ferisce e in questo modo soffre di più" - e con il dolore vissuto come rinnovamento, per ritrovare la voce calda e intensa pronta a cantare l'inno alla vita sia nelle decisioni importanti che nelle piccole cose. Stanis si esprime così: "Possiamo dire che abbiamo toccato un'arte dell'animo femminile". A proposito delle nostre conversazioni registrate, il suggerimento era di salvarle, conservarle con cura: "Non perda queste cose. È materiale su cui lei farà una sua aiuola di fiori, un cespuglio. Il libro era un cespuglio che fioriva bene, ma un po' troppo disordinato". Accompagnata da Stanis ho raccontato un'anima, a volte pittoresca a volte in contrasto, alleggerendo il racconto con l'aggiunta di un po' di paprica. È ancora Stanis che parla: "Noi abbiamo bisogno che l'avventura entri nella nostra vita. Metta tutte le cose che le vanno bene, prendendo anche le parole mie se le servono. L'avventura non si sa già come va a finire. Se lo sapessimo sarebbe una cosa un po' morta. La viva. Io quando scrivo i libri li vivo, sempre". Anch'io ho finito per vivere il mio libro, le vicende mie e quelle di Giulia; ho ricordato, ho elaborato, ho messo in moto la fantasia. Dicevo a Stanis: "Ora non ho più vuoti, ho scoperto la mia creatività". E lui mi rispondeva: "La psicanalisi è questo". Io ho viaggiato, lui è stato il controllore che ha chiesto il biglietto, ma anche il postino che, in assenza del destinatario, ha letto i racconti. "Lei deve accettare quello che sente. Non sono io che devo viaggiare, è lei". E soprattutto ha "asciugato le lacrime, che erano lacrime di parole", spronandomi ad andare avanti: "Io la spingo da diavolo e parlo. Si ricordi che lo scrittore deve essere sfacciato. Sfacciato non vuol dire ineducato. Vuol dire che se deve toccare cose che di solito non tocca, lo fa perché percorre il lato del cielo e il fondo del tempo". Tutte le cose verso le quali mi ha indirizzato mi hanno rassicurato, mi hanno fatto vedere una Lorena che non conoscevo, mi hanno dato una forza nuova per affrontare con spirito d'avventura quello che capita nella vita. Ecco alcune sue frasi rivolte a me: "Lei ha un'ironia leggera che l'accompagna, una dolcezza ma anche una maternità verso le persone, perché non offende mai. Non è né presuntuosa né suscettibile, ma è appassionata". "Lei è troppo perbenino. Lo scrittore deve essere educato, avere il linguaggio adatto. Ma deve avere anche dei pensieri orrendi. Lei è molto garbata e non vuol mai mostrare drammaticità. Anche quando parla dell'uragano è molto garbata. Ma si ricordi, non dimentichi nella narrazione, il vulcano che c'è dentro". Una cosa è certa: senza di lui non ce l'avrei fatta, questa impresa non sarebbe stata possibile. La mia vita sarebbe rimasta sospesa tra le mille incombenze di tutti i giorni. Non avrebbe preso il volo accompagnata dai pensieri e dalla fantasia. Non ci sarebbe stata "la vita segreta della scrittrice e poi l'ufficio". Stanis ha fatto sì che "Giulia fosse tirata fuori dal guscio. Che Giulia riprendesse a dormire con la piacevolezza di scrivere, di esporre, di raccontare. Questa è la terapia". E nello stesso tempo io ne ho tratto l'insegnamento che mi arriva in più occasioni: "Non sia troppo dura con se stessa o sferzante nella battaglia, ci vuole un po' di misura. Non che deve diventare tutto piatto e neppure disinvolto, sono scorciatoie che qualche volta possono servire, ma qui deve raccontare un'anima, quella di Giulia, e deve essere anche un po' pittoresca". Oppure: "È necessario far vedere, qualche volta, una certa incapacità, accusarsi di una qualche debolezza. Ricordi che le muse sono raramente delle persone cattive o delle tragedie, sono modi della vita per dirci come è la vita". Stanis è stato e rimarrà sempre l'amico sincero e affettuoso che si è aggiunto, a titolo più che pieno, al primo posto tra tutte le persone speciali e straordinarie che hanno attraversato la mia vita. Un giorno gli chiesi: "Il suo nome dove lo mettiamo?". E lui, con un sorriso pacato, piegando un po' la testa, mi ha risposto: "Nel suo cuore". Per poi aggiungere: "Ci eravamo già incontrati?". Risposta: "Mah, chissà. forse sì". Il mio viaggio con Stanis non finisce qui. Proseguirà. Le nostre conversazioni attendono di essere riordinate per donarle a chi ama la parola scrivere, ma anche a chi abbia voglia di scoprirla o ritrovarla. Conversazioni private che conducono un interesse personale a un messaggio universale.















